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Storia

Le origini

immagine di storia del comune di MontebellunaPer alcuni Montebelluna indica monte dei Belluni, popolo poi in rotta verso il nord; per altri il celtico 'rocca forte', al quale si arriva per discrete contorsioni passando per la dea bel-dunia, vale a dire bel (forte) più dunia poi dunun (rocca) e finendo in tarda prosecuzione in mons. Al di là delle questioni etimologiche e delle presenza umana risalente al paleolitico medio, ciò che qualifica Montebelluna è senza dubbio la grande rilevanza dell'insediamento veneto-antico, situato al centro di direttrici e percorsi nodali dell'area tra Piave e brenta. L'ormai lunga vicenda dei rinvenimenti archeologici lungo e ai piedi delle rive, si è di recente arricchita con l'arrivo dell'imponente necropoli di Posmon (Cima Mandria) e di nuovi importanti lotti di età romana. La Montebelluna veneto-antica è, allo stato attuale degli studi specifici, assimilabile ormai ai centri di Padova e Este.


altra immagine di storia del comune di MontebellunaIn attesa di ulteriori verifiche, per il momento ricordiamo i tratti fondati dell' appartenenza di Montebelluna all'agro centuriato di Asolo che sembra trovare il suo limite nel XIII decumano e quindi in coincidenza con i rilievi. Il dato ha spinto alcuni studiosi a formulare l'ipotesi che la zona collinare tra Mercato Vecchio e S. Maria in Colle abbia accolto un contesto abitativo di epoca romana a carattere residenziale. Ne sarebbero prova evidente i pavimenti a mosaico, i resti in muratura, le lastre marmoree di rivestimento, i frammenti laterizi, i resti di fondazioni e di tubature fittili e in piombo rinvenuti in anni di ricerche, nonché la collocazione dell'area in posizione dominante sulla colonia agricola sottostante. Per altri, invece, la zona del Casteler avrebbe ospitato un castra romano in posizione di controllo della valle del Piave, posto pertanto sul confine settentrionale dei due graticolati romani e a difesa delle colonie; ne sarebbero prova, questa volta, il tessuto viario del mercato (l'intersecazione delle strade) e la riconoscibile configurazione del vallo che cinge il colle della rocca per proseguire in direzione sud-est attraverso frequenti interramenti.

Il Medioevo

Si segnala l'esistenza, abbondantemente documentata a partire dal 1100, del castello medioevale, concessione imperiale di Ottone III a Rambaldo II conte di Treviso e poi feudo vescovile allorché, nel 1047 e nel 1065, Enrico III e Enrico IV lo confermeranno rispettivamente ai vescovi Rotario e Volframmo. Attorno al feudo prenderà vita il Comune rurale. Il prologo è del 1107, anno in cui l'avogaro (avvocato) vescovile Guglielmino gastaldo del castello di Montebelluna concede in livello il forte e le sue pertinenze. La sanzione giurisdizionale arriverà poco dopo. Nel 1129 il vescovo Gregorio rinnova la concessione a livello assieme alla facoltà per i sudditi locali di darsi autonomi gastaldi, giurati, attribuendo diritti di custodia e amministrazione propria con potere di pronuncia di sentenze (facere laudamentum) e diritti di composizione su reati comuni (mittere compositiones de scandalis et furtis). Il citatissimo diploma di Federico I arriverà a cose fatte, nel 1152, e concernerà il solo reddito del foro privilegiato (cioè la riscossione delle tasse sul movimento merci del mercato) al vescovo Ulrico, il quale, nel 1170, rinnoverà ai vicini e castellani di Montebelluna l'affitto ventinovennale.
La Pieve di Montebelluna nasce così indissolubilmente legata al fortilizio (cum castro curte et pertinentiis suis). E sarà sempre la rocca, da lì in avanti -ossia dalla concessione in affitto del beneficio mercantile all'interno della cerchia del castello- a rappresentare lo scenario -per quel che gli compete- delle tumultuose vicende che dal 1200 a metà del '300 sconquasseranno l'intera Marca. Passato così sotto la tutela del Comune di Treviso, il forte subirà l'escalation drammatica delle lotte per il potere (Ezzelino, Caminesi, Della Scala) e verrà più volte manomesso se non distrutto e altrettante ricostruito, sino al colpo mortale della seconda metà del XIV secolo. La realtà dell'evidente ruina spingerà il Vescovo ad assegnare a livello ai communisti le sopravvivenze delle fratte e i muri fratti e le fosse circuenti il castello, presto interrate. A causa dell'insolvenza della Comunità vennero presto vendute anche le porte e i resti della cinta. Del castello, sul finire del Cinquecento, rimanevano solo le descrizioni dei cronisti.


L'età moderna

Immagine del CastelloL'area del Casteler all'epoca dello smantellamento quattrocentesco ormai da tempo assegnata alla Fabrica della chiesa- continua, nelle certificazioni notarili, a mantenere la sua funzione di orientamento per le poche ma determinanti preesistenze. Il tutto traspare dal rogito in cui il Procuratore della Pieve, a nome dei cinque comuni (regole, colmelli), chiede al vescovo De Rossi il rinnovo del livello ventinovennale "del campo, dei muri et della frata di Montebelluna", ò territorio, ove fù il campo predetto con la frata, muri, fossati..." Ciò significa anche che lo spazio dell'antico castello è assegnato e definitivamente gestito dalla Fabrica della chiesa, il che indica né più né meno la comunità. L'organo di amministrazione denominato Fabrica era composto dal Massaro, dai cosiddetti uomini eletti alla sua gestione, dagli uomini di Comun (membri stabili espressi dai colmelli), dagli amministratori responsabili delle confraternite religiose e di carità e dai procuratori (delegati) nominati in occasione delle contingenze più complesse.
La storia amministrativa dei cinque Comuni (Posbon, Visnà, Pieve, Guarda e Pederiva) formanti la Pieve di Montebelluna nel cosiddetto antico regime (XVI-XVIII secolo) coincide con l'appartenenza al quartiere di Campagna di Sopra della Podestaria di Treviso (così erano chiamate le giurisdizioni territoriali nello Stato da terra di Venezia). A partire dalla fine del XV secolo, ai piedi del colle si intensificarono le attività agricole promosse dalla canalizzazione del brentella e dall'arrivo di nuovi protagonisti e investimenti. Il Cinquecento segna l'apice della presenza sul territorio dell'antica nobiltà trevigiana presto affiancata dagli acquisti di soggetti emergenti provenienti dai commerci e dalle professioni urbane. I montebellunesi conducono terre d'altri e coltivano le loro, ma in questo caso si tratta di piccoli appezzamenti, i cui frutti possono essere integrati dai benefici delle terre comuni, ancora abbondanti e poco interessanti per il mercato.

Immagine delle Cartine del Vecchio Mercato
La proprietà della terra cambia progressivamente di mano nel corso del Seicento. La nobiltà e la borghesia trevigiane vengono scalzate dai nuovi protagonisti dell'aristocrazia veneta, grandi acquirenti di fondi privati e comunali (in realtà beni, per dir così, demaniali). Dal versante dei contadini non cambia molto, stando alle cifre dell'estimo. La proprietà dei distrettuali rimane più o meno stabile, sempre più frazionata in poche decine di metri, sempre più antieconomica. Eppure qualcosa succede, la società si diversifica e i ceti cominciano a stratificarsi, anche economicamente.
Montebelluna e il suo mercato costituiscono in questo senso un ottimo esempio poiché la difesa del privilegio dell'esenzione fiscale dalle pretese fiscali degli appaltatori sarà una battaglia condotta in primo luogo da una élite.
Come è ormai abbastanza noto, il mercato franco di Montebelluna era sicuramente l'emporio più importante delle regioni pedemontane e prealpine (buona part del traffico si indirizzava verso il feltrino e il bellunese). Ciò infastidiva tutta una serie di soggetti pubblici (corporazioni cittadine, Camere Fiscali, Treviso) e privati. Lo spazio "pubblico" del mercato, gestito dall'organo di amministrazione laico della chiesa (Fabrica), i cui spazi (box) venivano affittati per la vendita, attirò infatti l'interesse di famiglie locali importanti (Pellizzari, Galante, Vendramini) e poi quella di emergenti forestieri (Van Axel). L'inesorabile e spregiudicata opera di penetrazione del privato ottenne agli inizi del '700 significativi risultati e più di un quarto dello spazio mercantile, quello maggiormente prestigioso del cosiddetto Casteler, venne sottratto alla comunità.

Immagine del Vecchio MercatoLa crescita di Montebelluna proseguirà in ogni modo con linearità per tutto il Settecento. Il territorio si arricchirà di nuove ville e di nuove attività artigianali e produttive. Ma la fine del secolo segnerà anche la crisi, che diventerà inesorabile, del vecchio mercato. La popolazione si era ormai da tempo insediata in piano, là dove si concentrava la vita attiva, là dove cominciava ad affacciarsi un certo dinamismo sociale e economico. La crisi del mercato sarà però soprattutto la crisi del sito: strade impervie, fangose, poco transitabili; spazio esiguo e per di più finito; condizioni igieniche pessime, mancanza d'acqua, continue lamentazioni dei mercanti costretti a disertare, più o meno in massa, prima di tutto un'intera tradizione che faceva del marcà di Montebelluna il mercato per antonomasia. Ci vorranno alcuni decenni e un nuovo Stato prima di prendere atto della realtà. Sarà necessario anche un cambio amministrativo, un sindaco di rottura come Domenico Zuccareda, coraggioso e sufficientemente immune alle pesantissime accuse di anticlericalismo, un sindaco capace di fare e dImmagine della Chiesa S.Maria in Colle del 1864i ripassare la mano senza drammi all'eterno Clarimbaldo Cornuda, fortunato progenitore di una serie lunga di sindaci eterni. E Sarà necessario un giovane ingegnere come Giovan Battista Dall'Armi, geniale autore del cosiddetto nuovo mercato agli inizi degli anni settanta dell'Ottocento, volano della nuova città degli scambi e dei commerci. Va tuttavia ammesso che il sistema razionale e modulare di Dall'Armi non verrà affatto recepito dalle successive classi
dirigenti, incapaci di cogliere nel suggerimento delle piazze la soluzione urbanistica del futuro.


La Ciesa di S. Maria in Colle


La precoce vocazione alla dispersione spaziale che caratterizza Montebelluna sembra trovare conferma nel sito di S. Maria in Colle. La chiesa è infatti situata lungo l'ascesa al colle del mercato è in posizione assolutamente inconsueta e anomala per una parrocchiale. Si potrebbe ribattere che le sue funzioni plebane giustificavano la sua separazione dal territorio, ma sarebbe osservazione puerile. La prepositurale era, di fatto, la chiesa parrocchiale dei cinque Communi (nei quali c'era solo e non sempre qualche piccolo oratorio) ed era fonte battesimale dei Communi autonomi circostanti di Biadene e Caonada, dotati per l'appunto di propria parrocchiale. In realtà, la centralità eminente e visiva di Santa Maria in Colle rivelava ragioni più articolate: 1. La mancanza in piano di un centro evidente e naturale; 2. La continuità sacra del sito, da sempre luogo di culto, area sepolcrale, recinto memoriale paleoveneto e altomedioevale. E' infatti assai verosimile che la cristianità si sia sovrapposta, in questo come in molti altri frangenti, all'esistente, all'esercizio millenario della religiosità. La storia dell'istituzione comincia sin dalle investiture vescovili del XII secolo, ma la presenza di un edificio chiesastico è registrabile con certezza a partire solo dall'inizio del XIV secolo e passa attraverso la prima, per quel che è dato sapere, consacrazione del 1432, in occasione della ristrutturazione generale della struttura precedente. I lavori di rifabbrica del complesso, che si riferiscono all'inizio del '400, furono di una certa consistenza e coinvolsero la torre campanaria addossata alla struttura, le soluzioni della facciata e la costruzione integrale di un portico.


Immagine Chiesa di S.Maria in ColleMa il volto di Santa Maria in Colle è quello che il complesso assume con la grande stagione edilizia ed esornativa del Sei e Settecento. Nonostante il terribile colpo di un paio di recenti carestie, all'inizio del XVII secolo la comunità di Montebelluna è in evidente crescita economica e demografica. La chiesa quattrocentesca è molto probabilmente inadeguata a contenere la popolazione; la nuova aristocrazia contadina ritiene sia giunto il momento di dar corso alle ripetute ordinanze vescovili di riatto e decide di andare oltre il necessario: l'obiettivo è la riverenza sociale che si deve a coloro che lasciano di sé la memoria nelle cose.
La classe dirigente che si forma nell'ultimo decennio del '500, inaugura la stagione degli interventi con il restauro dell'antica cappella del mercato intitolata a San Biagio e divenuta, nel frattempo, l'edificio di culto della confraternita di Carità dei Battuti. Si tratta, in particolare, di un nuovo altare, decorato e nobilitato da una pala di Ludovico Pozzoserato, del quale si conservano i pagamenti e i rimborsi delle trasferte. Gli amministratori della confraternita sono gli stessi che, a distanza di qualche anno, prenderanno su di sé l'onere di dar vita alla grande iniziativa di ricostruzione della prepositurale.
Nell'estate del 1609, la comunità dei cinque colmelli decide così di "restaurar, refabricar et eriger" la nuova S. Maria in Colle. Una serie di delibere e di procure autorizzano l'inizio dei lavori e l'accensione dei primi prestiti. L'edificio si deve alla progettualità semplice e funzionale di una famiglia di capomastri luganesi, i de Sardi, dignitosi prosecutori della tradizione secolare di un sapere edilizio itinerante. Alla morte del patriarca Baldissera e a quella sul posto di lavoro di altri membri della famiglia, la direzione del cantiere viene assunta dal giovane Pier Antonio, il cui radicamento a Montebelluna è peraltro testimoniato dal matrimonio con una ragazza locale. Il notevole numero di maestranze locali impiegate dimostra la rilevanza strutturale della ricostruzione, imperniata su un cantiere che metterà a dura prova le risorse della comunità e che rimarrà aperto per quasi quindici anni.
Immediatamente dopo si diede mano alla lunga stagione degli arredi e degli addobbi interni. Si cominciò con l' altare di San Pietro (1623), si proseguì con l'altare maggiore, il tabernacolo e la pala di pietra, opere che coinvolsero la famiglia di tagliapietra dei Possa (Pietro, Lorenzo, più avanti i discendenti Nicolò e Gerolamo). Si noti che gli interventi interni venivano affiancati da importanti sistemazioni esterne concernenti il sistema degli assetti viari, allo scopo evidente di accrescere la rilevanza scenica e ambientale dell'edificio, elementi dei quali -come attestano le fonti- gli amministratori avevano piena coscienza (ad honore ed augumento del culto divino è stata edificata dalla Comunità di Montebelluna.con gran spesa una maestosa chiesa che fuori di città non ha pari si per le sue qualità come per il sito in che rimira et prospeta), a testimonianza della natura celebrativa di un'impresa che, alla fine, avrebbe contribuito in modo determinante alla formazione dell'icona di Santa Maria in Colle.


Immagine dell'Organo della Chiesa di S.Maria in ColleIntorno alla metà del secolo si definiscono le cantorie, si commissiona il nuovo organo al celebre costruttore Antonio Colonna, si costruisce il nuovo, costosissimo, altare in pietra viva dei Battuti affidato alla celebre mano dello scultore Matteo Allio, si arricchisce l'interno di nuove dotazioni come quella del pregiato lavello. Negli anni sessanta del secolo, il cantiere registra la presenza dei fratelli Comin, un terzetto nel quale spicca l'importante Francesco, ideatore ed esecutore, con il marangone locale Paolo Della Mistra, del bellissimo coro ligneo, recentemente restaurato.
La facitura degli interni segna un'ulteriore tappa nel 1683, allorché il tagliapietra Cristoforo Scala progetta e realizza l'altare del Nome di Gesù. Ulteriori interventi si avranno nel '700 con la nuova scalinata dell'altare maggiore (Pietro Tonin da Possagno) e con l'erezione dell'altare della Beata Vergine del Rosario, le cui linee esecutive vennero affidate all'altarista trevigiano Matteo Garelli. La prepositurale era, in definitiva, ben fornita di altari, a cominciare dai piccoli e laterali di S.Eurosia e S.Giovanni Battista, per proseguire con quelli del Rosario, della Madonna, di San Pietro e del Nome di Gesù, tutti o quasi arricchiti di statue e marmi. L'austerità della navata, ricca di pietra e di cordoli, venne in parte attenuata dal notevole affresco La Gloria del Paradiso del pittore veneziano Francesco Fontebasso e, soprattutto, dall'importante stagione ottocentesca di acquisti d'opere d'arte da parte dei prevosti Dalmistro e Berna. La Prepositurale si arricchì così delle statue di Andrea Buora, della Pietà (proveniente da S.Margherita di Treviso) di Giuseppe Bernardi, della Natività dell'altare maggiore di Ascanio Spineda, di tele del Frigimelica e dei da Ponte.

Scala Interna Campanile
L'aspetto forse più rilevante della ricostruzione seicentesca è però quello legato ai lineamenti definitivi che l'area assume tra Sei e Settecento. La spinta del cantiere chiesastico conduce infatti ad una serie importante di iniziative solo apparentemente secondarie. A metà del secolo, al posto di un cason devastato da un incendio, si costruisce la cosiddetta casa del campanaro, l'interessante, ancorché degradato, edificio a nord della chiesa. Nel 1671 si dà incarico ai mureri Zuanne e Zanbattista Bolzon di costruire ai piedi della scala d'accesso una casa a beneficio dei padri predicatori itineranti, costruzione progettata addirittura dal prevosto Francesco Grossi. Ciò che va notato -in questo come per tutti gli altri casi, compresa la chiesa- è l'intensa relazione tra la pietas popolare e la riconoscibile simplicitas della prassi edilizia comunitaria. La presenza di un nuovo edificio spinse i deputati di Montebelluna ad allargare la strada d'accesso. Nel maggio del 1689 la Fabrica delibera di ricostruire completamente l'alloggio del curato, demolendo il piccolo e antico edificio preesistente che si intravede nel disegno che accompagna la precedente richiesta di terreno. Il progetto e la direzione dei lavori vengono affidati a Paolo Della Mistra, quarantunenne marangon di mercato vecchio, già celebre per l'impresa del coro ligneo realizzato assieme a Francesco Comin. Dopo una prima fase di difficoltà tra il progettista e le maestranze, si delibera nuovamente in settembre e questa volta si affidano al Della Mistra pieni poteri direttivi. In ottobre si stipula il contratto con Giambattista Bolzon che si impegna ad eseguire il progetto del proto Della Mistra. Tre anni dopo gli amministratori sono costretti, come già accaduto per la chiesa e gli altari, alla ricerca di un prestito per vedere almeno perfetionate due o tre camere nella casa già principiate per il bisogno del reverendissimo Preposto et per decoro della propria Patria. E' significativo notare come il finanziatore dei 300 ducati richiesti fosse il facoltoso mercante padovano Giovan Maria Renier, discendente degli stessi finanziatori di inizio secolo in occasione della rifabbrica della prepositurale. I lavori hanno comunque termine nel 1695, anno in cui comincia l'impresa del nuovo campanile.


Giorgio Massari a Montebelluna


La vicenda del nuovo campanile di Santa Maria in Colle, al di là del suo pregio squisitamente architettonico non diverso da molte altre torri campanarie di campagna, costituisce soprattutto uno straordinario capitolo di storia comunitaria. Una storie di incidenti e di peripezie, di soste e di riprese, di imprevisti umani e di interventi fatali. Alla fine del '600, l'irrecuperabilità della struttura lesionata dal terremoto del '95, suggerisce di procedere ad una nuova edificazione. L'incarico di progettazione viene ancora una volta conferito al Della Mistra. L'impresa si rivela da subito molto dispendiosa e gli amministratori sono ancora una volta costretti a ricorrere a prestiti consistenti per fronteggiare soprattutto l'alto costo delle nuove campane fuse dal maestro Bortolo Poli, alloggiate in una struttura lignea provvisoria.
Dopo lo scavo delle fondamenta ad opera dei fratelli Dea (un'altra famiglia di muratori locali), all'inizio del '700 si dà incarico ai tagliapietra Fossa di Fener di realizzare l'imponente piedistallo in pietra sui disegni di Paolo Della Mistra, autore della dettagliatissima relazione tecnica che restituisce la conoscenza grammaticale del linguaggio architettonico di un artigiano elevato al rango di proto. Del Della Mistra si conservano anche le stime e le misurazioni analitiche delle pietre lavorate, dei fregi, delle cimase e, insomma, di tutti gli elementi del lessico architettonico destinati a conferire al rugolon (basamento) qualità e pregio. A causa di un gran numero di difficoltà, all'inizio del 1707 l'ambiziosissima fabrica del campanil si erge per soli sei metri da terra; sei metri costati -secondo il conteggio delle numerosissime ricevute rinvenute- la bellezza di quasi 2.000 ducati, vale a dire 250 ducati annui. Se si considera che le entrate della Fabbriceria (cioè gli affitti del mercato) erano pari a circa 200 ducati, si può misurare l'entità degli sforzi finanziari che si riteneva di dover sostenere per Santa Maria in Colle.
Sempre nel 1707 i lavori si interrompono per gravissime ragioni di ordine tecnico e strutturale. Il fusto era stato costruito male e rischiava di crollare. Padre Pietro, un domenicano di S.Nicolò incaricato della perizia strutturale, rilevò, infatti, che, a partire da circa tre metri di altezza, la porzione di muro presentava "tutti quattro li cantoni fuori di traguardo niun eccettuato". Il perito scagiona il Della Mistra da ogni responsabilità avendo il progettista lasciato la direzione dei lavori dopo i primi tre metri di erezione a causa dei contrasto con i muratori Dea, ai quali viene dunque addossata ogni colpa del pasticcio statico. Il risultato di tante disarmonie è l'abbandono del cantiere da parte del Della Mistra, il licenziamento dei Dea e il conferimento di un nuovo incarico costruttivo ai murari trevigiani Domenego e Giacomo Zambianchi. I due, nel giro di un paio d'anni (1709-1710) correggono le distorsioni precedenti e decidono di proseguire seguendo il progetto del Della Mistra. Ma, ancora una volta, i lavori si fermano: questa volta proprio per questione di soldi.
Si riprende sei anni dopo, con il reintegro nell'incarico di Paolo Della Mistra e la conferma degli Zambianchi che terminano il fusto. La responsabilità del Della Mistra si estende alla stesura dei dettagliatissimi capitolati d'appalto, nei quali compaiono straordinari allegati zeppi di istruzioni tecniche, di misure e particolari costruttivi e decorativi che provano una competenza progettuale ormai matura. La cosa si ripete con l'accordo concernente il marangon Adamo Fontebasso, autore della facitura delle scale e soprattutto con quello, articolatissimo, stipulato con i tagliapietra Bortolo, Pietro, Angelo e Antonio Tonin. L'intervento dei Tonin riguardò il cosiddetto terzo livello, quello chiamato adornamento del campanil alle campane, la parte più delicata e preziosa della torre.
Dopo un'altra serie di controversie (anche gli Zambianchi abbandonano il cantiere) i lavori murari e lapidei giungono al termine nel 1722. L'inopinata rottura delle campane fuse dal Poli all'inizio del secolo costringe gli amministratori a una nuova e imprevista spesa. Le nuove campane verranno commissionate al celeberrimo fonditor di Ceneda Domenico Zambelli che non riuscirà comunque a sottrarsi al sortilegio giacché la sua campana più grande, già giudicata di cattiva qualità materiale ed estetica, si romperà solo dopo due anni e tra lo sconcerto generale. In ogni modo, il campanile c'era e funzionava. Per la cupola a cipolla di coronamento si dovrà attendere in ogni caso sino al 1737, quando l'opera venne affidata ad un'équipe di fabbri bellunesi.
Nel 1742, infine, con l'alloggio dell'importante orologio commissionato al noto Bortolo Ferracina di Solagna, si chiude il lungo capitolo dei primi cantieri del campanile: dal 1696 al 1746 la comunità di Montebelluna ha speso la bellezza di quasi 40.000 lire venete, ad una media annuale di 163 ducati. Una cifra che può dire ora molto poco, ma la cui entità è facilmente verificabile confrontando le tabelle sui costi della vita di un buon saggio di storia economica.
Pochi anni dopo, nel 1761, il campanile precipitò nuovamente al suolo e per ragioni che sono tuttora oscure. E pensare che solo due anni prima, nel giugno del 1759, si era deciso di rifare completamente il soffitto della chiesa e di ridefinire la facciata secondo stilemi più aggiornati affidandosi all'altissima professionalità del famoso architetto veneziano Giorgio Massari, piuttosto pratico del posto, da lui frequentato in occasione dei progetti per villa Mora, Fietta e Lattes. La contabilità di questo ennesimo intervento, più importante di quanto appaia a prima vista, ci è pervenuta grazie al registro minuziosissimo del massaro Garbujo, dal quale si ricavano anche i più minuti spostamenti dell'anziano architetto. Nel mese si settembre si stipulava il consueto analitico capitolato di lavoro con le maestranze, alle quali veniva imposto di realizzare il soffitto secondo le intenzioni del celebre architetto signor Giorgio Massari. Le spese per il rinnovamento strutturale e estetico dell'edificio (compreso l'affresco del Fontebasso) ammontarono a più di 12.000 lire. In questo quadro intervenne il nuovo disastro statico della torre campanaria. Superata la fase, sempre piuttosto lunga, di sconcerto, si decideva per l'ovvia ricostruzione servendosi ancora dei pareri del Massari che consegnò il 14 luglio 1765 il progetto della pianta. Ma i lavori si fermarono e il cantiere riaprì solo nell'ultimo decennio del secolo (nel frattempo venne alzata la solita struttura lignea). Il nuovo cantiere, diretto dal massaro Serena, venne affidato per la parte operativa al capomastro Antonio Franceschini e al tagliapietra Andrea Bettio. Alla luce della abbondantissima documentazione ottocentesca c'è da supporre che il cantiere del Serena abbia potuto operare poco e per breve tempo.
L'attuale campanile di Santa Maria in Colle è, infatti, una realizzazione tipicamente ottocentesca, nei moduli stilistici e costruttivi e nella realtà delle carte d'archivio. L'alacre cantiere ottocentesco (1815-27) è talmente ricco di dati e di informazioni da consentire una lettura pietra per pietra della struttura. La torre venne ricoperta ma l'insieme risultò così sgradito (il pretore per protesta portò la pretura a Biadene!) da richiedere un ulteriore intervento a fine secolo (1896) che desse una cuspide agile e snella ad una torre tozza e grave. La cuspide di coronamento venne progettata dall' ingegnere Guido Dall'Armi, del quale rimane il contratto d'appalto per la fornitura della pietra viva. Lo stesso Dall'Armi, tre anni prima, aveva completato una lunga stagione di piccoli interventi nella prepositurale (scale, sagrato, muretti, strade) con l'apertura di una galleria attorno al coro che slanciasse la struttura liberando spazio per le due piccole sacrestie.


Bibliografia


Fondamentali sono i testi seguenti:

AA.VV., Montebelluna. Storia di un territorio (Cartografia ed estimi tra Sei e Settecento), Catalogo della mostra, Montebelluna 1992

AGNOLETTI C., Treviso e le sue Pievi, II, Treviso 1897-98.

BONIFACIO G., Istoria di Trevigi, Venezia 1591 (ed.1744)

MARCHESAN A., Treviso medioevale, Treviso 1923

NICOLETTI G., La Pieve di Montebelluna: il regime fondiario attraverso gli estimi della prima metà del Cinquecento, in Studi Trevisani, 7 (Atti, Una città e il suo territorio. Treviso nei secoli XVI-XVIII, a cura di D. Gasparini), Treviso 1988.

PESCE L., Vita socio-culturale in Diocesi di Treviso nel primo Quattrocento, Venezia 1983

SERENA A., Cronaca montebellunese, Treviso 1903 (Annali montebellunesi, ed. Treviso 1948) e ed. critica, Montebelluna 1998, a cura di Lucio De Bortoli

SERENA A., Paralipomeni di cronaca montebellunese, Treviso 1909

SERENA A., Fra registri e marmi, Treviso 1910

SERENA A., Il canale della brentella e le nuove opere di presa e di derivazione..., Treviso 1929

- Una bibliografia estesa si può rintracciare in L. DE BORTOLI, Montebelluna. La Fabrica di Santa Maria in Colle, Treviso 1993. Gli estremi delle citazioni e dei riferimenti archivistici sono indicati nello studio in oggetto; ciò vale anche per la documentazione allegata e per i regesti.

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